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Nella provincia di Lecco il primo caso di raccolta differenziata di cialde

Nella provincia di Lecco il primo caso di raccolta differenziata di cialde

Avviato a partire dal mese di aprile il primo caso di raccolta differenziata di capsule di caffè usa e getta.

Si tratta di un progetto nato dalla collaborazione tra il Cial (Consorzio Imballaggi Alluminio) e la società lecchese per l’ecologia e l’ambiente SILEA, che ha come obiettivo quello di incrementare la raccolta differenziata e ridurre la quantità di rifiuti destinati allo smaltimento intervenendo su questa tipologia di rifiuto in forte crescita.

La produzione attuale delle capsule, infatti, come mostra uno studio di Life Pla4coffee, ammonta a 10 miliardi di cialde vendute in tutto il mondo ogni anno.

La quantità genera almeno 120mila tonnellate di rifiuti di cui circa 70mila solo in Europa, 12mila in Italia vengono avviate ai processi di smaltimento nelle discariche o negli inceneritori. Questo a causa della diversità dei materiali di cui sono composte: plastica, alluminio e una parte organica (il residuo di caffè).

Cial e SILEA operano insieme da diversi anni per quanto riguarda il riciclo di alluminio da blister, coperchi, chiusure e altri piccoli oggetti e imballaggi che da oggi, per compatibilità dimensionale e di valore, potranno includere anche le capsule da caffè.

Come funziona il recupero?

Il progetto coinvolge attivamente il singolo cittadino, che può raccogliere le cialde usate insieme a blister, lattine e scatolette evitando che il rifiuto finisca nella frazione indifferenziata.

Il riciclo delle cialde viene effettuato in un impianto di lavorazione che separa i singoli materiali che le compongono, e successivamente avvia della frazione di alluminio in fonderia, mentre la polvere di caffè viene trasportata in un impianto di compostaggio.

Quello di Cial e SILEA può essere considerato un grande progetto di tutela ambientale, considerando la quantità, sempre più in crescita, di cialde prodotte come rifiuto.

E’ una soluzione per una gestione ecocompatibile di questa nuova tipologia di rifiuto che, se idoneamente recuperata e riciclata, può garantire grandi risparmi di materia ed energia e avvicinarci sempre di più ad un’economia circolare che abbraccia la sostenibilità.

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Sostanze pericolose: nuovo regime sanzionatorio su import-export

Sostanze pericolose: nuovo regime sanzionatorio su import-export

Il Dlgs 2 febbraio 2017 n.28 ha stabilito il nuovo regime sanzionatorio che regola l’importazione ed esportazione delle sostanze chimiche pericolose da parte delle imprese.

Le sanzioni si applicano per quanto riguarda:

  • violazioni relative alla notifica di esportazione: ammenda da un minimo di 2000 a un massimo di 120 mila euro.
  • violazioni del divieto di esportazione delle sostanze e degli articoli elencati nell’allegato V del regolamento UE 649/2012: arresto o ammenda da 40mila a 150mila euro.

Le disposizioni si applicano al regolamento europeo PIC (649/2012) e sono in vigore dal 2 aprile 2017.

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DIRETTIVA NEC: nuovi limiti per la qualità dell’aria e obiettivi entro il 2030

DIRETTIVA NEC: nuovi limiti per la qualità dell’aria e obiettivi entro il 2030

La NEC (National Emission Ceilings) è la nuova direttiva europea sull’inquinamento atmosferico, adottata dal Parlamento e dal Consiglio e in vigore dal 31/12/2016.

La direttiva stabilisce i nuovi obiettivi strategici partendo dal 2020 fino al 2030, con l’intento di progredire verso l’obiettivo di miglioramento a lungo termine di tutta l’Unione Europea attraverso l’indicazione di percentuali di riduzione delle emissioni nazionali dal 2020 al 2029 e poi a partire dal 2030 in avanti.

La direttiva è stata tarata considerando che negli ultimi vent’anni nell’Unione si sono registrati considerevoli progressi nell’ambito della qualità dell’aria e delle emissioni atmosferiche antropogeniche. Questo grazie anche alla “vecchia politica” dell’UE che ha svolto un ruolo determinante fissando, a partire dal 2010, i limiti massimi per le emissioni annue degli Stati membri dei seguenti inquinanti atmosferici:

  • Biossido di zolfo
  • Ossidi di azoto
  • Composti organici volatili non metanici
  • Ammoniaca

Con il passare degli anni e il rispetto dei limiti imposti abbiamo assistito di conseguenza a importanti riduzioni della percentuale di questi inquinanti presenti in aria. Questo traguardo iniziale è però ritenuto parziale, in quanto continuano a sussistere impatti negativi e rischi significativi per l’ambiente e per la salute umana dovuti alla presenza di inquinanti atmosferici in percentuali comunque non trascurabili.

Questo ha portato le autorità nazionali ed europee a ritenere necessario se non del tutto indispensabile che ci sia un rafforzamento delle sinergie tra la legislazione nel settore della qualità dell’aria e gli obiettivi più ampi che l’Unione si era prefissata, in particolare, in materia di cambiamenti climatici e biodiversità.

Nasce così la nuova direttiva NEC che stabilisce, compatibilmente con le disposizioni dettate nel Protocollo di Göteborg, i limiti per ciascun inquinante per quanto riguarda la fascia temporale che intercorre tra il 2020 e il 2029. Dal 2030 in poi le percentuali di riduzione diventeranno progressivamente più alte.

Operativamente che cosa viene descritto nella Direttiva?

Il meccanismo di applicazione della NEC prevede che, per ogni Stato membro dell’Unione siano innanzitutto individuati i livelli indicativi di emissione da raggiungere entro il 2025 (traguardo intermedio), da stabilirsi seguendo una traiettoria lineare verso i limiti di emissione applicabili successivamente a partire dal 2030. Gli Stati membri, ovviamente, avranno la possibilità, a determinate condizioni, di seguire una traiettoria non lineare, qualora risultasse economicamente o tecnicamente “più efficiente”.

Quali sono le tempistiche di adesione alla NEC?

Le Nazioni membro dell’Unione hanno l’obbligo di recepire la direttiva entro il 30 giugno 2018, mentre entro il 2019 sono tenute a presentare un programma di controllo dell’inquinamento nazionale con misure finalizzate a garantire che le emissioni dei quattro principali inquinanti elencati sopra siano ridotte delle percentuali concordate entro il 2020 e il 2030.

Ogni programma nazionale di recepimento della NEC dovrà garantire anche il coordinamento con i piani adottati in ambiti quali i trasporti, l’agricoltura, l’energia e il clima.

Il ruolo della Commissione Europea sarà quello di cooperare con gli Stati membri al fine di garantire una corretta applicazione della direttiva grazie all’istituzione, entro la fine di quest’anno, di un nuovo forum “Aria Pulita” in cui vi sarà la possibilità per tutti gli stakeholders di scambiarsi esperienze e buone pratiche per il conseguimento degli obiettivi stabiliti dalla direttiva.

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REPORT DI SOSTENIBILITA’: Così le aziende dimostrano il loro impegno verso la sostenibilità

REPORT DI SOSTENIBILITA’: Così le aziende dimostrano il loro impegno verso la sostenibilità

Nuove linee guida e nuovi obiettivi per le aziende: con il report di sostenibilità possono comunicare e dimostrare cosa hanno fatto di buono per il pianeta.
Cos’è il report di sostenibilità?

E’ un documento volontario che si inserisce all’interno della responsabilità sociale d’impresa: è un documento con cui essa fa un’analisi dell’impatto sociale, ambientale ed economico che ha avuto sul mondo che la circonda e, di fronte a tutti i suoi stakeholders, elenca i traguardi raggiunti così come gli insuccessi.

Come si stende il report di sostenibilità?

A metà ottobre 2016 il GRI (Global Reporting Initiative) ha pubblicato le nuove linee guida per generare il report di sostenibilità. Il protocollo, con l’entrata in vigore della direttiva 2014/95/UE è diventato un obbligo dall’inizio del 2017 solo per le aziende europee di interesse pubblico con più di cinquecento dipendenti.

Non trattandosi ancora di un requisito di legge, ad oggi non esistono paletti normativi vincolanti, che obblighino le aziende a trattare determinati argomenti o a fare uso di certi indicatori piuttosto che di altri. Le linee guida sono quindi volontarie, e quelle del GRI sono in assoluto le più conosciute a livello globale, anche perché sono il risultato di un percorso iniziato ormai quindici anni fa.

Quali cambiamenti avverranno con l’entrata in vigore della direttiva 2014/95/UE?

A partire dal 1 luglio 2018, i nuovi standard del GRI per il report di sostenibilità sostituiranno del tutto le linee guida attuali. Si tratta di 36 linee guida da seguire per fare relazioni trasparenti e corrette su tematiche quali:

  • emissioni di gas serra
  • impronta idrica
  • consumo di energia
  • politiche adottate con i lavoratori

Questa nuova metodologia permetterà agli esperti del GRI di aggiornare di volta in volta i singoli elementi, senza dover rivoluzionare l’intero sistema.

Le aziende, a loro volta, potranno scegliere di seguire queste linee guida per pubblicare un report di sostenibilità a tutto tondo, ma anche per stilare relazioni dettagliate solo su alcuni singoli aspetti in base alle richieste degli stakeholders.

Quali sono i nuovi obiettivi?

L’intento è quello di fornire alle aziende un linguaggio comune per rendicontare le cosiddette informazioni non finanziarie: informazioni preziose per prendere le migliori decisioni e contribuire così al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite (i famosi SDG – Sustainable Development Goals), i quali devono diventare dal 2017 una vera e propria priorità non solo per i capi di stato e di governo, ma anche per tutte le aziende.

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Sistri 2017: ennesima proroga o passaggio definitivo?

Sistri 2017: ennesima proroga o passaggio definitivo?

Una storia infinita, della quale non si è ancora vista ombra di soluzione, è quella del SISTRI, il Sistema di Controllo della Tracciabilità dei Rifiuti, nato con i buoni propositi della semplificazione e trasparenza del processo di gestione e tracciabilità dei rifiuti, ma mai decollato tra rinvii, stop e modifiche alla normativa.

Nello scorso anno, con il decreto Milleproroghe, abbiamo assistito allo slittamento del termine per l’adeguamento al sistema informatico di tracciabilità dei rifiuti al 31 dicembre 2016.

Sostanzialmente era stato esteso a tutto il 2016 un periodo di transizione di “doppio regime” in cui era obbligatorio applicare sia i tradizionali adempimenti e obblighi cartacei della tracciabilità dei rifiuti (FIR, registri di carico/scarico e MUD) nonché le relative sanzioni, sia i nuovi obblighi informatici di tracciamento del SISTRI (le sanzioni applicabili erano in questo caso state fatte slittare a partire dal 1° gennaio 2017 ad eccetto della mancata iscrizione e versamento del contributo annuale del sistema).

Con l’arrivo del 2017 abbiamo assistito ad un nuovo slittamento: non oltre il 31 dicembre 2017.

Il Milleproroghe (Dl 244/2016) sembra infatti intenzionato a fissare per l’anno corrente un termine inderogabile per l’entrata in vigore del SISTRI a pieno regime, con tanto di sanzioni operative che eliminino definitivamente il “doppio regime” (e quindi tutti i registri e formulari cartacei). Ovviamente tutto questo ha l’impressione di essere un film già visto troppe volte, ma stando alle parole che si leggono nero su bianco sulla Gazzetta Ufficiale del 30 dicembre 2016, il 2017 dovrebbe rappresentare una volta per tutte l’anno del nuovo SISTRI.

Quali sono i termini fissati dal Milleproroghe per il 2017?
  • Rinvio della piena sanzionabilità del SISTRI per l’omesso controllo telematico dei rifiuti non più di un anno (come è successo nel 2016), bensì “fino alla data del subentro nella gestione del servizio da parte del concessionario individuato […] e comunque non oltre il 31 dicembre 2017”. Vale a dire che entro i prossimi 12 mesi il SISTRI dovrà passare nelle mani del nuovo gestore.
  • Riduzione delle sanzioni relative ai contributi annuali e di iscrizione, già effettuata nel 2016 in misura del 50% fino alla piena operatività del SISTRI, non più fino a piena operatività bensì anche in questo caso “fino alla data del subentro nella gestione del servizio da parte del concessionario individuato […] e comunque non oltre il 31 dicembre 2017” (ma sempre in misura del 50%).

Se queste nuove disposizioni siano o meno un’arma a doppio taglio nell’ambiguità del passaggio dal vecchio termine di “piena operatività di SISTRI” all’attuale “subentro del nuovo concessionario” è presto per dirlo.

Restano al momento attivi e pienamente applicabili gli obblighi di tracciamento tradizionale dei rifiuti (FIR, registri di carico e scarico e MUD) e le relative sanzioni specificate dal Dlgs 152/2006 nella loro versione “pre SISTRI”.

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EDIFICI E HOTEL A ENERGIA QUASI ZERO: NZEB e NZEH

EDIFICI E HOTEL A ENERGIA QUASI ZERO: NZEB e NZEH

Con il DL 4 giugno 2013 n.63, anche l’Italia ha recepito la Direttiva 2010/31/UE riguardante la nuova disciplina sulla prestazione energetica degli edifici, che considera tutte le caratteristiche termiche di un edificio e definisce l’obiettivo di NZEB entro il 2020.

Ma cosa significa NZEB?

E’ l’acronimo di Nearly Zero Energy Buildings, ossia EDIFICI A ENERGIA QUASI ZERO.

Con questo termine si identificano tutte le strutture, residenziali e non, nuove e ristrutturate, che adottano soluzioni ad altissima prestazione energetica, capaci di ridurre al minimo i consumi legati alla climatizzazione interna dell’ambiente (sistemi di riscaldamento e raffrescamento), ventilazione, illuminazione e produzione di acqua calda sanitaria.

In Lombardia i requisiti di prestazione energetica per gli edifici ad energia quasi zero previsti dalla direttiva sono entrati in vigore a partire dal 1° gennaio 2016 e le disposizioni valgono per qualsiasi tipologia di edificio, pubblico e privato, nuovo e da ristrutturare.

Ma com’è possibile consumare meno energia?

Una richiesta energetica molto bassa o vicina allora zero dovrebbe essere coperta in misura molto significativa da quelle che tutti conosciamo come fonti rinnovabili (energia solare, eolica, da biomasse ecc).

Ci sono già molti edifici in tutto il mondo che possono essere considerati come NZEB, poiché producono quasi tutta l’energia di cui hanno bisogno senza rinunciare al comfort di chi li vive, per un vantaggio sia economico che ambientale. E lo fanno grazie a isolanti, infissi ad alte prestazioni, impianti ad alto rendimento e fonti rinnovabili.

Le caratteristiche che devono avere gli NZEB sono relative a tutti gli edifici, ma non considerano le strutture turistiche. E’ stata quindi introdotta una sottocategoria del comune ZEB, che riguarda gli edifici legati all’accoglienza degli ospiti in quanto strutture ricettive: gli NZEH, ossia Nearly Zero Energy Hotels.

Andare verso uno NZEH vuol dire migliorare l’efficienza energetica in parallelo a uno studio di fattibilità economica; comporta avere quindi dei costi di gestione delle strutture ridotti, a fronte di misure di intervento di risparmio energetico, apportando un miglioramento dell’immagine e nuovi target di clienti potenzialmente raggiungibili.

Si vuole quindi andare verso un miglioramento del vantaggio competitivo e del posizionamento sul mercato rispondendo con congruenza alle disposizioni europee in materia di energia.

Un esempio chiave di NZEH è rappresentato da Boutique Stadthalle (Vienna): il primo hotel di città al mondo ad energia quasi zero.

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Made Green in Italy per dimostrare l’impronta ambientale dei prodotti

Made Green in Italy per dimostrare l’impronta ambientale dei prodotti

Come può un’azienda dimostrare globalmente e in modo sintetico la sua attenzione e sensibilità all’impronta ambientale dei suoi prodotti? Ecco che nasce il marchio MADE GREEN IN ITALY.

L’introduzione di questa nuova etichetta per i nostri prodotti nazionali rappresenta infatti una spinta verso comportamenti più green nel mondo produttivo, costituendo di fatto una fondamentale opportunità di rafforzare il classico Made in Italy, e la competitività delle imprese italiane sui mercati nazionali e esteri.

Come abbiamo spiegato ampiamente nell’articolo, pubblicato la scorsa settimana su Else Blog, è di fondamentale importanza per tutte le aziende effettuare una comunicazione chiara ed efficace con gli stakeholders, soprattutto se consideriamo che ad ogni processo produttivo è automaticamente associato un impatto (ambientale, sociale, economico).

Ma come può un’azienda dimostrare globalmente e in modo sintetico la sua attenzione e sensibilità all’impronta ambientale dei suoi prodotti? Ecco che nasce il marchio MADE GREEN IN ITALY.

Esso nasce successivamente a un’altro standard del 2015, che è quello della SOCIAL FOOTPRINT (per approfondire vi rimandiamo all’articolo pubblicato su ELSEBLOG). Anche se il Made Green in Italy rimarca l’appartenenza del prodotto/servizio al contesto nazionale italiano, possiamo affermare che le due etichette viaggiano in parallelo.

Attraverso lo schema del Made Green in Italy le imprese italiane potranno:

  • Valorizzare le proprie politiche ambientali al fine di migliorarne le capacità di risposta alla crescente domanda di prodotti “sostenibili”, anche attraverso l’innovazione di processo e di prodotto;
  • Associare il concetto di qualità ambientale alla tradizione culturale e territoriale che distingue il Made in Italy;
  • Aumentare la trasparenza e la capacità informativa nei confronti dei mercati e dei consumatori;

Il Ministero dell’Ambiente ha già predisposto una bozza del regolamento per l’attuazione dello schema nazionale Made Green in Italy: attualmente è in fase di revisione, ma presto ci aspettiamo che il nuovo marchio diventi a tutti gli effetti un protocollo applicabile nelle aziende del mercato nazionale.

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Contro gli sprechi alimentari la nuova legge 166/2016

Contro gli sprechi alimentari la nuova legge 166/2016

In data 14 settembre 2016 sono state emanate le disposizioni contro lo spreco di alimenti, farmaci e abiti usati definite dalla legge n.166 pubblicata in GU il 30 agosto 2016 recante “Disposizioni concernenti la donazione e distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale e per la limitazione degli sprechi”.

Lo scopo principale della legge è ridurre il fenomeno dello spreco alimentare e della produzione di rifiuti attraverso la promozione del riuso e del riciclo dei prodotti e del loro smaltimento in discarica.

Per “spreco alimentare” si intende l’insieme dei prodotti scartati dalla catena agroalimentare per ragioni commerciali o estetiche o perché prossimi alla scadenza, ma ancora commestibili e potenzialmente destinabili al consumo umano o animale.

La legge si rivolge a tutti gli enti pubblici o privati che effettuano attività senza scopo di lucro.

Come funziona il recupero delle eccedenze alimentari?

Gli operatori del settore alimentare possono cedere gratuitamente le eccedenze alimentari, che devono comunque possedere i necessari requisiti di igiene e sicurezza, ai soggetti donatari (gli enti senza scopo di lucro) i quali devono destinarle, anch’essi gratuitamente, in via prioritaria a favore di persone indigenti oppure al sostegno vitale degli animali ed infine all’autocompostaggio.

Si possono considerare come eccedenze alimentari i seguenti prodotti:

  • Invenduti o non somministrati per carenza di domanda;
  • Ritirati dalla vendita perché non conformi ai requisiti di vendita;
  • Rimanenze di attività promozionali;
  • Prossimi alla data di scadenza;
  • Rimanenze di prove di immissione in commercio;
  • Non idonei alla commercializzazione per difetti di imballaggio

E’ consentita anche la cessione gratuita, ai soggetti donatari, delle eccedenze di prodotti agricoli in campo o di prodotti di allevamento idonei al consumo umano e animale. La loro raccolta e ritiro devono essere effettuate direttamente dai soggetti donatari o dai loro incaricati e la responsabilità diretta è del soggetto che effettua il ritiro, nel rispetto delle norme di igiene e sicurezza alimentare.

Sono considerati idonei alla cessione anche i prodotti della panificazione e i derivati degli impasti di farina prodotti negli impianti di panificazione che non sono stati venduti o somministrati entro le 24 ore successive alla produzione.

Per quanto riguarda la categoria dei farmaci, sono esclusi dalla legge i medicinali la cui conservazione va effettuata in frigorifero o comunque a temperature controllate, e i medicinali contenenti sostanze psicotrope. La distribuzione dei medicinali verrà effettuata dalle ONLUS con personale sanitario direttamente alle persone indigenti.

Per raggiungere gli obiettivi prefissati, ed in particolare la riduzione della produzione di rifiuti e l’incentivazione delle attività di riciclo e riutilizzo dei materiali, la legge 166/2016 interviene anche sulla normativa ambientale, sia per quanto riguarda gli alimenti, sia per il recupero di abiti usati.

Come si innesta la legge 166/2016 sulla normativa ambientale?

La legge introduce la possibilità, da parte dei Comuni, di applicare una riduzione sulla tariffa per lo smaltimento dei rifiuti, attraverso l’applicazione di un coefficiente di riduzione che deve essere proporzionale alla quantità di beni e prodotti ritirati dalla vendita e donati.

La riduzione della tariffa viene applicata a tutte le attività commerciali, industriali, professionali e produttive in genere, che producono o distribuiscono beni alimentari e che li cedono agli indigenti o li destinano all’alimentazione animale.

Per quanto riguarda invece gli abiti usati classificati come non idonei per un successivo utilizzo, questi rientrano nella normativa sui rifiuti.

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IOT: Tecnologie avanzate a favore della sostenibilità

IOT: Tecnologie avanzate a favore della sostenibilità

IOT è l’acronimo di Internet Of Things e si tratta dell’ultima frontiera in materia di Information Technology: oggetti connessi a internet che comunicano tra loro, che sono in grado di scambiarsi dati, posizioni e anche soluzioni.

Può sembrare un’invenzione futuristica, e invece le proposte dell’IOT sono già sul mercato e si stanno sempre più diffondendo, anche in Italia.

Non ne siete a conoscenza? Vi mostriamo alcuni esempi: esistono ombrelli che mandano sms ai proprietari per avvisarli dell’arrivo della pioggia, oppure frigoriferi che fanno autonomamente la spesa online, o ancora wc che si azionano da soli per ripulirsi, forchette che avvertono chi le utilizza che sta mangiando troppo velocemente.

La multinazionale leader dell’IOT è la Gartner, una società statunitense che si occupa di ricerca nell’ambito dell’information technology.

Secondo la Gartner, gli oggetti connessi sarebbero ad oggi circa 5 miliardi e diventeranno 25 miliardi entro il 2020. E tra questi ci sono anche le vigne, proprio così: tappi e bottiglie di vino che, attraverso software, applicazioni, reti, telecamere e sensori, comunicano con produttori e consumatori per massimizzare la produzione, ridurre al minimo i rischi, dare informazioni.

L’IOT applicato a questo settore ha reso possibile il tracciamento specifico di tutte le fasi della filiera vitivinicola:

  • la produzione: monitorando i fattori ambientali per ridurre al minimo i rischi per le piante, migliorare la qualità e ottimizzare i consumi.
  • la distribuzione: mediante la localizzazione, tracciamento e rintracciamento delle bottiglie lungo la supply chain fino al consumatore.

Il sistema di tracciamento mediante l’applicazione dell’IOT permette dunque di monitorare e mostrare in maniera trasparente i processi interni e distributivi del prodotto, per garantire al cliente che vino e distributore siano prodotti e venditori ufficiali.

L’IOT in campo vitivinicolo ha trovato applicazione anche in Italia: è il caso del Consorzio Vini di Montefalco (PG).

Dal 2015 infatti, alcuni professionisti (appoggiati dall’Organizzazione Confagricoltura Umbria) stanno portando avanti il progetto Grape Assistance, al quale hanno già aderito 14 cantine.

Come funziona il Grape Assistance di Montefalco?

Inizialmente sono state collegate stazioni meteo del territorio da monitorare (vigneti di Montefalco), ognuna dotata di sensori per il rilevamento dei parametri meteorologici (temperatura dell’aria, precipitazioni, umidità relativa) che sono state messe in rete tramite sim card per l’invio automatico dei dati ad un server centrale.

La seconda fase del progetto ha previsto l’attivazione delle utenze informatiche delle aziende produttrici dei vini, che in questo modo non solo possono accedere ai dati di monitoraggio, ma ricevono anche alert mediante sms ad hoc direttamente sullo smartphone, che traducono i dati rilevati in consigli pratici su quando e dove intervenire.

In sintesi, l’impiego di questa nuova tecnologia nel settore vitivinicolo permette quindi di:

  • Effettuare un monitoraggio che avviene sotto l’input dell’IOT
  • Riportare sul campo in maniera diretta e concreta i dati rilevati dalla strumentazione, grazie all’apporto di un’app che permette di prendere appunti, elaborare i dati e diffondere le informazioni.
  • Assicurare al cliente la qualità del prodotto mediante il monitoraggio di tutte le fasi del processo produttivo.
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News agricoltura: bando 2016

News agricoltura: bando 2016

Uscito il bando INAIL che finanzia le PMI del settore agricolo che puntano alla sostenibilità e al miglioramento delle condizioni di salute e sicurezza in campo agricolo.

Che cosa prevede il bando e quali sono le tempistiche per aderire? Ve lo spieghiamo nel nostro articolo dedicato.

Per approfondire apri il link e seguici anche su Piuturismo!

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